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Blu come l’Abruzzo

“Blu come l’Abruzzo” non è solo un titolo che scatena un tilt sensoriale nel nostro cervello. Pensavate che in Abruzzo ci fossero solo le montagne? Ebbene, vi dimostrerò che è un territorio talmente ricco che sarete costretti a ritornarci per infiniti motivi: spiaggette ancora da visitare, trabocchi su cui salire, locali da provare, mostre, musei, concerti, sport e  attività, ricette da imparare, piatti tipici, persone da rivedere e amici da riabbracciare!

Il progetto Blu come l’Abruzzo

Si tratta di un progetto a tutto tondo che vede la collaborazione di istituzioni e organizzazioni. Il Gal Pesca Abruzzo ha stanziato fondi (bando/avviso denominato Azione 3.A della Strategia di Sviluppo Locale (SSL) – “Iniziative di valorizzazione del prodotto ittico abruzzese”, nell’ambito del Programma Nazionale FEAMPA Italia 2021-2027) e si è avvalsa di professionisti della comunicazione, di chi lavora ogni giorno nelle infrastrutture marinare o tramanda le sue conoscenze alle nuove generazioni per salvaguardare la cultura del mare e le identità locali.

Come food blogger ho avuto la possibilità di entrarvi nel vivo, nei giorni 15 e 16 luglio, e di sentire l’energia di questa iniziativa che, si auspica, diventerà un appuntamento annuale fisso.

Il GAL PESCA ABRUZZO  ha siglato un accordo di intesa con le altre realtà territoriali, il Gal Terreverdi e il Gal Costa dei Trabocchi per accrescere la sinergia in un intento comune: un connubio di idee e progetti con lo scopo di promuovere al meglio le tipicità locali, la freschezza (a Km 0) e il turismo esperienziale.

L’arrivo a Pescara

Da scrittrice di romanzi dico sempre che per l’ispirazione seguo le connessioni mentali, una specie di destino che ci spinge a cercare la felicità. Non solo: l’ambientazione in cui si muovono i personaggi è anch’essa un personaggio. Ho avuto la riprova di questa opinione già da subito: il mare fa parte della città di Pescara, “entra” in essa fisicamente dal porto col suo canale che la divide in due parti (nord e sud) ma viene congiunta dal Ponte del mare (con pista ciclabile) e da un altro ponte più interno per le auto. Chi ci abita lo sentedalponte come elemento del quotidiano e chi ne ha fatto un lavoro, come i pescatori con cui ho parlato, ne hanno sentito il richiamo viscerale tanto da farne un amico o un membro della famiglia. C’è chi ha continuato la tradizione, ha imparato l’arte marinara da nonni o zii, oppure ha imparato in seguito il mestiere perché era semplicemente un destino, un modo per non allontanarsi da esso. Chi ha scelto questa strada non ha avuto ripensamenti perché il mare ha un grande cuore che sa unire le persone che lo rispettano.

Annalisa, la ragazza che è venuta a prendermi alla stazione e mi ha accompagnata in albergo, la sera stessa mi ha esortato a gustare gli arrosticini che avevo già assaggiato “un secolo fa” durante un viaggio nell’entroterra abruzzese. Vuoi mettere conoscere Pescara con un’abitante del luogo!

A proposito: i pescaresi sono anche detti “aternini”. Non si smette mai di imparare. Si fanno un sacco di scoperte e io, che quasi stavo per rifiutare questa avventura solo per uno spostamento impegnativo in solitaria, sono contenta di aver incanalato in due giorni un bagaglio culturale denso di storie e curiosità, esperienze dirette, voci e sorrisi.

navedicascellaDalla scultura monumentale a fontana, La Nave di Cascella, abbiamo scarpinato per tutto il lungomare: un susseguirsi di localini, musica e cene per ogni esigenza. Oltre il lungo Ponte del Mare, che al ritorno era illuminato, siamo arrivate nella zona sud, adibita alle attività sportive. La pista ciclabile (e “pattinabile”) è lunghissima e si ha subito l’impressione di una città molto viva e attiva.

Nella zona più centrale, attraversata dal canale, troviamo la casa di Gabriele D’Annunzio. Lo spirito del Sommo Vate aleggia ovunque, e credo che abbia incoraggiato anche me: “Memento audere semper” è la sua frase più celebre, e da qualche anno a questa parte questa filosofia del “Ricordati di osare sempre” è diventata il mio meme: non sono più una ragazzina ma mi sento giovane dentro, più di quando lo ero davvero, al punto di riuscire a realizzare i miei sogni. Un desiderio che avevo racchiuso nel cuore era proprio quello di vedere i trabocchi, oltre che trasformare la scrittura in un vero e proprio lavoro. Che dite?! Ci sono riuscita?

Viaggiare vuol dire arricchirsi interiormente, quindi, se potete, fatelo, e visitate questa splendida regione. C’è anche una leggenda che descrive la forma del Gran Sasso, visibile da Pescara, definito “Gigante che dorme” (andate a leggerla, è una storia d’amore filiale). I monti non sono solo visibili a occhio nudo, sono raggiungibili in poche ore; per questo si dice che Pescara si vive “da su a giù”. Non solo contrasti e peculiarità di territorio e biodiversità, anche dal punto di vista abitativo Pescara è un continuo contrasto urbano che accende fantasia e curiosità. Le persone che ci vivono sono solari e gentili, riflettono questa apertura con l’autenticità che li caratterizza: mi sembrava di conoscere da sempre queste ragazze delle agenzie di comunicazione Monkeyspace3  ed Ecomood. Sono formidabili: si sono avvicendate e ci hanno scarrozzato in lungo e in largo per farci provare eventi e attività, condividendo racconti e ricordi di vita.

Con me altri tre blogger, insieme abbiamo creato un gruppo coeso e collaborativo, un’amicizia che va oltre la “realtà virtuale”.

Incontro tra GAL Pesca Abruzzo e food blogger

Secondo giorno a Pescara: davanti al ristorante Positano da Vittorio ho incontrato gli altri compagni di avventura: Alessia e Fabrizio del blog Where The Foodies Go, una coppia di abruzzesi che viaggia ovunque per provare il cibo del mondo, e Chiara del blog Nord Food Ovest Est, anche lei viaggiatrice compulsiva, affascinata da ricette particolari, soprattutto del Nord Europa. Ragazzi, io ho già una “certa” e viaggio molto “nella” mia cucina!

Non vedo l’ora di ricreare i piatti che ho assaggiato, purtroppo non con le stesse materie prime! Sono d’accordo con i miei colleghi che se vai in un posto, oltre a conoscere la sua gente, devi conoscerne il cibo: il cibo è cultura e identità. Spesso vogliamo riproporre una ricetta, una volta rientrati a casa, ma non sarà mai uguale: la freschezza di quel pesce, che ho gustato in ogni locale in cui ci hanno portati, o su una barca e su un trabocco, me la sogno ancora!

Pensate che per il progetto Blu come l’Abruzzo sono stati coinvolti ben 37 locali della zona, da Pescara fino al teramano. Dal sito Blu come l’Abruzzo potete visualizzare i ristoranti che aderiscono all’iniziativa e le loro proposte e/o gli eventi dedicati.

Il ristorante Positano si trova sul lungomare di Pescara (lungomare G. Matteotti, 38), è un ambiente piacevole in cui rilassarsi con piatti semplici o più strutturati, semprepositano d’eccellenza: le seppie col peperone dolce e olio abruzzese erano prelibate e tenerissime. Nella loro semplicità contenevano tutto il sapore del mare. Si distinguono bene i vari sapori, infatti per il colore avevo confuso i peperoni col peperoncino e mi chiedevo perché fossero così dolci! Il gusto non mente. L’olio esalta gli altri ingredienti, ma anche da solo sul pane è fenomenale: nel viaggio di rientro non ho potuto fare a meno di trascinare una bottiglia da un litro fino ai binari! E’ arrivato intatto, nonostante il rischio, e ora ce lo contendiamo in famiglia! Tra l’altro ho fatto pure amicizia con i negozianti della zona, sono “genuini” anche loro: si sono dimostrati molto interessati al progetto e facevano a gara a proporre “souvenir culinari”. Va bene, ragazzi, dovrò tornare con un furgoncino!

Mi piace imparare le parole dialettali e i diversi modi per chiamare un certo cibo, alcuni ne hanno tre di termini! E’ una scoperta continua vedere come un pesce, un dolce, un biscotto o un liquore assumano nomenclature diverse a seconda del paesino d’origine o delle modifiche sostanziali.

Mi sono documentata sul peperone dopo che ho notato che lo usano spessissimo, soprattutto col pesce, creando contrasti cromatici molto carini. Ho scoperto che si chiama “peperone dolce di Altino“, denominato anche “paesanello di Altino” o “a cocce capammonde” ovvero con i frutti rivolti verso l’alto. In pratica, è facile confonderlo con un peperoncino rosso porpora.

A tavola ci ha raggiunti il presidente del Gal Pesca Abruzzo, Riccardo Padovano, che ci ha parlato dell’importanza del pescato locale, raccontandoci anche qualche aneddoto. Pur essendo un’autorità è stato espansivo e simpatico, abbiamo anche fatto una foto di gruppo indossando il grembiule.fotogruppo

Tutti dovremmo valorizzare il cibo locale, in questo caso anche i pesci meno conosciuti, definiti poveri ma ricchissimi di minerali e Omega 3, componenti irrinunciabili per la nostra salute. La freschezza della materia prima fa il resto e l’assaggio vero e proprio di piatti semplici, rielaborati da mani sapienti di cuochi e chef, ci hanno fatto capire che non occorre cercare il branzino o le ostriche norvegesi per darsi un tono. Molto meglio puntare sulla sostanza! Si tratta soprattutto di sostenibilità: perché cercare per forza materie prime che non fanno parte del nostro territorio? Volere ingredienti fuori stagione, importare ed esportare cibi con conseguente spreco ed energie e gasolio? Non pensate che il pesce o la carne fuoriescano direttamente dal banco del supermercato. Ci sono camion, benzina, allevamenti intensivi che forzano un sistema già allo stremo e torturano animali che dovrebbero essere un bene prezioso perché sono fonte di sostentamento. Se non pensiamo al loro benessere facciamo del male a noi stessi perché il cibo che introduciamo ci modifica dall’interno. Il rispetto per gli animali e per l’ambiente è rispetto per la nostra vita, la qualità dovrebbe essere l’obiettivo cardine: l’acqua che beviamo, la frutta e la verdura che la assorbono, gli animali che se ne nutrono dalla terra, o i pesci che mangiano nel mare, l’aria che respiriamo. E’ un ciclo vitale che spesso sfugge alla nostra percezione.

Sostenibilità vuol dire anche educare le nuove generazioni, sensibilizzando i giovani e i bambini. Un altro pregevole obiettivo del progetto Blu come l’Abruzzo: solo insieme potremo salvare il Pianeta dall’egoismo cieco di chi insegue un’effimera soddisfazione materiale. Siamo connessi alla natura e ai suoi elementi anche se non ce ne accorgiamo quando stiamo seduti in un ufficio con l’aria condizionata a manetta e con le luci artificiali che sostituiscono i raggi del sole!

Tornando al pranzo: adoro i molluschi, i gamberi e le mazzancolle (più grandi).. Non ho vergogna a dire che mi stavo rosicchiando anche i carapaci.

Il fatto che il signor De Cecco abbia deciso di vivere a Pescara e di produrre la sua famosa pasta, mi ha fatto presagire che anche i primi sarebbero stati indimenticabili. Il formato più usato e tipico dell’Abruzzo è rappresentato dagli spaghetti alla chitarra o chitarrine, appunto per la forma dello strumento che conferisce la loro forma squadrata. Il gestore del ristorante ce li ha cucinati con le cozze, e a seguire un bel frittino, che così “leggero” e fragrante va sempre giù!

Sapevamo che ci aspettava l’attività sportiva subito dopo: non sai mai se sei giustificato a mangiare di più, ché poi tanto si consuma…oppure cercare di trattenersi per svolgere al meglio l’attività fisica. Oddio, diciamo che ho le mie riserve, come un “dromedario”, ma come si fa a resistere?!

La costa dei trabocchi

costatrabocchiCi troviamo a San Vito Chietino, a 32 km da Pescara. Un cartello mostra la foto di un Cristo degli Abissi, protettore dei pescatori e dei devoti, di fiancocristoabissi una lunghissima pista ciclopedonale che attraversa sette comuni (42 km) da Ortona fino a Vasto Marina…per chi avesse voglia di pedalare (e non ha mangiato quanto me!). E’ denominata la “Via verde” perché è ricca di vegetazione e attraversa tre Riserve Naturali (Ripari di Giobbe a Ortona, Riserva Lecceta a Torino di Sangro, Riserva di Punta Aderci). Segue la costa da cui si possono ammirare i numerosi trabocchi, antiche macchine da pesca dotate di grosse reti e strutture di legno, molti adibiti attualmente a ristoranti.

Qui entra in gioco il mio caro D’Annunzio: il trabocco Turchino, il più storico, che abbiamo avuto il piacere di vedere da vicino, è descritto nel suo romanzo “Il trionfo della morte” mentre se rivolgi gli occhi verso la cima del promontorio, si intravede tra la folta vegetazione l’Eremo Dannunziano, che fu una residenza dello scrittore in cui era solito ospitare la sua amante, Barbara Leoni. E sappiamo quanto Gabriele D’Annunzio fosse attirato dalla bellezza, non per niente è tra i massimi esponenti del Decadentismo che comprende il movimento specifico dell’Estetismo. Lo consideriamo, a torto, come una persona materialista, guidato solo dal piacere e dalla bellezza esteriore, invece l’esteta di cui parla disprezza la volgarità della società di massa, esaltando l’irrazionalismo e il misticismo. Il protagonista del romanzo “Il piacere”, del resto, alla fine rimane solo, quindi una critica di base al materialismo c’è. In pratica, il giusto equilibrio sta nel mezzo: la bellezza della natura è un valore inestimabile da cui la nostra anima trae forza ed energia; il cibo, quello buono, non è solo sostentamento ma piacere per il corpo. Esplorare e conoscere sono scelte mentali che ci permettono di collegare tutti i nostri sensi e di evolvere.

Un desiderio che avevo da tanto è legato a un ricordo di bambina: avevo cenato su una specie di palafitta nei lidi ferraresi. Desiderio riportato in superficie da recenti programmi televisivi: quello, appunto, di vedere i trabocchi dell’Abruzzo, così imponenti e caratteristici. Sembra che il nome derivi da “trabocchetto” per i pesci. Sono il simbolo della costa che ne conta circa 30 dei quali 23 storici principali.

Non solo li ho visti: ci sono passata sotto col kajak per poi fare un esclusivo aperitivo sopra! Si possono vivere appieno, ed è quello che consiglio di fare a chi si reca sulla Costa dei Trabocchi. Ovviamente non dimenticate di prenotare con largo anticipo, i tavoli sono limitati.

Se volete provare l’emozione di arrivarci dal mare recatevi al Lido Salsedine dove vi aspettano i ragazzi della società Il Bosso che si occupa di organizzare attività sportive sia sul mare che nell’entroterra. Infatti, la nostra guida Martina, quando non accompagna i turisti sulla costa effettua escursioni sul fiume Tirino oppure insegna in una scuola. E’ stata un’emozione unica pagaiare sotto questi “grossi mostri pacifici” osservando i fondali un po’ sabbiosi e a tratti rocciosi. Ci ha detto che la settimana prima avevano avvistato le tartarughe! Amo il mare e i suoi abitanti, il fatto che il mio blog di cucina e scrittura abbia come simbolo un delfino non è un caso.

kajakCon me c’era Barbara e su un altro kajak Chiara e Fabrizio. Ci siamo divertiti molto e la stanchezza delle pagaiate diventa soddisfazione quando arrivi a terra e ti concedi un bagno rinfrescante!

La serata è continuata di bene in meglio: ci siamo spostati lungo la Via Verde fino a raggiungere il Trabocco “Sasso della Cajana” su cui ci aspettava un fantastico ed esclusivo apericena. Vorrei tornarci con mio marito: il posto più romantico che abbia visto! Pensavo che sarebbe stato un ristorante affollato (e altri, in effetti, erano strapieni), invece lì c’eravamo solo noi con quel ben di Dio sospeso sul mare, con attorno i colori del tramonto e i versi dei gabbiani.

Il luogo e l’appetito mi hanno spinto a divorare tutto, sembrava un quadro: crostini “variopinti” con carciofi, peperoni, acciughe, olive… Cozze ripiene, seppia con patate, e l’immancabile frittino!

Un luogo che porterò nel cuore.

Il pesce dei borghi abruzzesi

Da questo legame tra mare e terra sono sorti molti ristoranti anche nell’entroterra.

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Rocca san Giovanni

I borghi medievali sono delle chicche da visitare. Respiri un’atmosfera antica fatta di dialoghi sottovoce al bar, di brindisi al chiaro di luna e chiacchiere attorno a una fontana mentre un gatto fa le fusa sulla scalinata della chiesa. Una piazza che è ancora un luogo di ritrovo tra persone di ogni età. I lampioni la illuminano di giallo oro, sembra un tempo sospeso, una Parigi di artisti e intellettuali. Un senso di pace mi avvolge.

Il piccolo paese Rocca san Giovanni ha il parcheggio più grande della piazza centrale, eppure si fa fatica a trovare posto. All’ora di cena i turisti si spargono in ogni direzione alla ricerca di ristoranti e locali. In una stretta viuzza lastricata, lasciando a sinistra il Comune, ci imbattiamo in un arco: è qui l’entrata della Taverna Il Portico, semplice ma raffinata al tempo stesso. La parte interna risplende di lucine bianche sul soffitto che la rendono molto romantica, mentre il dehor esterno è un vero giardino da ammirare. Sapremo, poi, che hanno anche un orto. Una grandissima vite che sembra finta da quanto è perfetta si innalza sul nostro tavolo. Monica, la proprietaria, ci accoglie con un sorriso radioso.

Ha un figlio che si occupa della pesca per cui, anche stavolta, veniamo coccolati con piatti da chef e pesce freschissimo. Ci hanno proposto il Menu’ Gold (ogni ristorante ha diverse tipologie di menù creato apposta per l’evento): la ricciola marinata agli agrumi è davvero originale, ho apprezzato il contrasto fresco al palato; lo sgombro arrosto e peperoni mi ha aperto un mondo sullo sgombro, pesce che cucino spesso ma lesso o al forno; le alici “in scapece” sono stuzzicanti e rinfrescanti: da quando abito in Piemonte adoro questi piatti con l’aceto, qui si dice “in carpione” ed è bello scoprire le differenze etimologiche o gustative; il tonno alla pizzaiola è morbido e saporito, con olive nere: è una ricetta che vorrei riproporre in famiglia.

Davvero un peccato che fossi già sazia, però almeno qualche idea me la sono portata a casa!

ilporticoIl primo consisteva in “spaghetto quadrato con alici, pomodorino giallo e briciole di pane fritto“. Un modo per rendere onore ai tipici spaghetti alla chitarra!

Per secondo un “arrosto di ricciola con riduzione di cipolla rossa“, un piatto da gourmet. La ricciola è molto pregiata ma devo dire che non è facile da cucinare, non resta che godersi la maestria di queste ricette.

 

 

Il dolce, che sono riuscita solo ad assaggiare ma che, senza apericena, avrei sicuramente mangiato per intero è quello delle “Sise di Venere” che molti scambiano per le “Sise delle Monache”: queste sono caratteristiche del luogo e si narra che siano tre perché le monache avevano l’abitudine di coprire “il solco” tra i seni con un panno, creandone tre!

La crema all’interno era deliziosa e la morbidezza dell’impasto anche…

I gestori, Monica e Loris, non si sono accontentati di completare i piatti del menù, sono andati oltre con dolcetto e liquori fatti da loro. Avevano un colore particolare (rosso, verde, giallo) a seconda delle erbe usate. Io ho assaggiato il Ratafia che in Abruzzo non ha l’accento in fondo, mentre in Piemonte si chiama Ratafià: è sempre fatto con le ciliegie e vino rosso, in questo caso con amarene e Montepulciano d’Abruzzo. Non sono avvezza a bere il rosé ma le mie nuove amiche mi hanno fatto assaggiare il Cerasuolo che ben si abbina al pesce: mai più senza!

Il giorno dopo ero pronta per un’altra “fatica culinaria”!

In barca con GAL Pesca Abruzzo

Al porto di Pescara ci siamo ritrovati per il giro su una barca di pescaturismo, di proprietà di Claudio Lattanzio. Ci ha portato a vedere le zone in cui “seminano” (con i gameti dal laboratorio) le vongole, veri e propri rettangoli delimitati da boe, ettari ed ettari blu. Ogni pescatore deve seguire la regolamentazione del GAL: le vongole sono molluschi, pertanto sono “animaletti” da mangiare; una volta pescati vanno ripuliti e controllati. L’Asl svolge controlli frequenti e approfonditi in cui gli addetti salgono fisicamente sulla barca.barca1

Le vongole vengono raccolte sul fondo in zone precise mentre le cozze si formano in reti tubolari che i pescatori controllano ogni volta che escono in mare, in pratica tre volte alla settimana.

vongolaraOra le vongolare (imbarcazioni che raccolgono vongole) sono dotate di  bracci meccanici ed esiste un meccanismo a pressione per ripulire le reti dalla sabbia, meglio di una volta; tuttavia, non dimentichiamo l’impegno che ci mettono a partire alle 3,30 del mattino e a tornare alle 7,00 per caricare i furgoni che aspettano in porto. Certamente diventa un’abitudine come accade per qualsiasi lavoro, ma ci vuole anche tanta passione per iniziare e continuare.

Ci siamo fermati all’ancora e mi sono finalmente tuffata in questo mare turchese: la corrente era fortissima, con bracciate da atleta consumata sembrava di stare fermi su un tapis roulant! Ci ha spiegato che le correnti che non vediamo da fuori e le onde che aumentano a dismisura il beccheggiare della barca si creano a causa del calore dei raggi del sole che penetrano in profondità e formano un movimento circolare. L’ho capito meglio da lui che a scuola! Comunque, si stava proprio bene in acqua, se penso al caldo di questi giorni ovunque!

Claudio ci ha raccontato la sua vita e a noi “gente di città” sembra una storia insolita, da romanzo: un ragazzino che si diverte ad andar per mare con lo zio e vuole lasciare la scuola, i genitori che si oppongono e, dopo essere diventato un commercialista, decide di realizzare il sogno di diventare pescatore! Una volta accadeva il contrario: dal duro lavoro nei campi si cercava una sicurezza nel posto in banca! Non esiste più un lavoro “per sempre” o un’attività più dignitosa di altre: lo sono tutte e, se sei onesto e preparato, puoi fare la differenza! Una volta, come accade riguardo alle donne in genere, c’erano pregiudizi sui pescatori o sugli agricoltori, sceglievano per forza di abbandonare gli studi, si rinunciava a priori ai propri talenti naturali. Invece, io e Claudio ci siamo messi a parlare di libri mentre rientravamo in porto, e sicuramente di conti e numeri ne sa più di me!

Ha un sacco di idee per diversificare la sua attività: vorrebbe mettere anche le ostriche, e perfino il vino! Chissà che la prossima volta i suoi “appezzamenti di mare” no

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n ci regalino altre sorprese!

Il figlio lo segue come macchinista; lui spera di insegnargli il mestiere e di trasmettere la passione per la pesca. I ruoli sono diversificati ed è giusto che ognuno capisca qu

al è il suo. Quando lo senti parlare della famiglia e dei nipotini il suo sguardo si illumina. E’ un vero “lupo di mare” come la scritta sulla maglietta che porta!

Ci ha offerto un aperitivo prima di pranzo: gamberi col formaggio, insalata e aceto. Un piattino leggero e sfizioso per suggellare un brindisi alla salute di tutti noi.

Pranzo a Pescara

lido AretusaDopo questa splendida avventura in mezzo al mare ci siamo diretti al Lido Aretusa, uno stabilimento balneare di Pescara (Lungo Mare Giovanni XXIII, 61). Qui i locali, da cui parte la spiaggia con gli ombrelloni, sono dei veri e propri ristoranti con dehors semi coperti o zone al chiuso, insomma mi hanno stupito per quanto sono spaziosi e ben strutturati.

Sembra che il nome derivi dalla mitologia greca: Aretusa era una ninfa, una specie di figlia adottiva di Artemide, che si trasformò in una fonte di acqua dolce, sempre per amore! Una metafora azzeccata per un’oasi che ti attende risalendo dalla spiaggia.

Inutile dire che anche qui ci hanno viziato alla grande: l’antipasto misto del Menù Azzurro comprende (sarebbe a scelta ma per noi c’erano tutti gli assaggi): alici fritte, in carpione, sgombro e peperoni, crostini con paté di sgombro, e calice di vino bianco per “aprire lo stomaco”. I due primi, indimenticabili, li abbiamo richiesti in unanime accordo : adoro gli spaghetti alle vongole, sembra un piatto semplice ma so il lavoro che ci sta dietro, in cucina come in mare (ora so anche questo passaggio all’origine!). L’altro non era da meno: gnocchetti agli scampi, davvero succulenti.

L’ecomuseo del mare di Martinsicuro e il laboratorio del pesce

Nel pomeriggio il Blogger Tour, a cui si è aggiunto un nuovo amico giornalista, Paolo Renzetti, ha preso la direzione di Teramo. In un paesino, ovviamente sul mare, la dolcissima signora Franca, assieme al marito, gestisce l’Ecomuseo del mare in cui i pescatori diventano insegnanti di un’arte antica. Si riuniscono scuole e gruppi di bambini che hanno, così, la possibilità di conoscere il pesce e i segreti del mare. Franca ci ha fatto perfino annusare il pesce fresco: sa appena di mare e di nient’altro, non puzza! Lo stupore ha colto pure noilaboratorio adulti.

Il laboratorio per pulire il pesce e riconoscere quello fresco è davvero utile. A seconda del pescato ci sono delle “cavie marine”: non avevo mai visto il Carlino. Piccolo ma con grandi occhi, ha il nome di un cane ma non è un “pesce-cane”! Il granchio blu è una specie aliena invasiva perché è un predatore, arrivata fin qui attraverso le grandi navi con le “acque di zavorra” che imbarcano per mantenere la stabilità nella traversata dell’Atlantico e che poi scaricano nel Mediterraneo. Gli chef hanno imparato a cucinarlo in svariati modi, dopotutto la carne assomiglia a quella dei nostri ed è perfino più dolce. Mi farebbe impressione portarmelo vivo a casa, dico la verità, ed è per questo che ho trovato più utile capire che attrezzi usare per diliscare gli altri pesci o togliere la pelle alla seppia: con una pinza viene via facilmente.

Ci sono curiosità proprio particolari: la seppia ha il potere di mimetizzarsi e, a causa di questo “effetto camaleonte”, quando viene esposta sul banco in commercio, dev’essere messa dalla parte giusta altrimenti sembra tutta bianca.

 

In mare, ogni 10 metri, mettono una nassa (una grossa rete cubica, vd. foto) in cui la seppia trova rifugio e depone fino a 2000 uova! E’ come un’incubatrice che aiuta l’ecosistema, se non fosse che la pesca a strascico che passa sulle nasse, in pratica le distrugge. Per questo ci vuole attenzione e rispetto anche tra i pescatori di tipologie diverse, accade come nella caccia col bracconaggio: se non ci sono regole si fanno danni sia al ciclo naturale che all’uomo.

Seppie, polpo e canocchie si possono surgelare perché il loro sistema digestivo elimina il pesce mangiato che non rimane nello stomaco a deteriorare. Invece, per cucinare le seppie, affinché non risultino gommose, il trucco è aggiungere fin dall’inizio del brodo caldo ed evitare gli sbalzi di temperatura, in 15 minuti è già cotta. Mi ha detto come farla, semplice semplice, con i pomodorini gialli e zucchine…ma saprete meglio la ricetta solo quando mi metterò ai fornelli!

Le sogliole vengono chiamate anche “magnacucciole“, cioé “mangia chiocciole”. Adoro! Questi nomi sono molto chiarificatori. Ne troviamo di due tipi, a seconda di come “succhiano” le chioccioline, la vera sogliola ha la bocca. Il fatto che abbia gli occhi ravvicinati da un solo lato è dovuto a una metamorfosi: all’inizio sono dei pesciolini normali, a due mesi di vita il corpo si appiattisce e l’occhio sinistro migra sul lato destro, la bocca si torce. Così si adagia sul fondale marino. Magari qualcuno pensava che fossero così perché “schiacciate” dai piedi dei turisti!? Diciamo che da piccola, mentre passeggiavo sulla battigia armata di retino, mi facevo già tali domande… La natura è straordinaria.

Il carlino assomiglia al sarago che ha le branchie rosse. Appena pescato, semmai vi capitasse (!) va messo in un secchio con un boccione di ghiaccio così si rinfresca il pesce senza togliere il sapore del sale marino.

Le canocchie, che qui chiamano “pannocchie”, mi ricordano le mie estati in un ristorante di Cesenatico: ne mangiavo in quantità con tutte le salsine.

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Vorrei tanto riproporle ma credo che il modo migliore di gustare il pesce sia nel luogo in cui viene pescato, e cucinato da chi lo tratta ogni giorno. Sono spesso costose e ora so come mai: rimangono impigliate nelle reti e vengono tolte dalle maglie una per una!

La simpatica e dolcissima Franca ci ha raccontato come ha convinto il marito a fare il pescatore, in questo caso è stata lei a decidere di non abbandonare il mare! Una vera storia d’amore in cui suo marito, oltre a essersi appassionato alla pesca, è diventato un “maestro di nodi”.

 

Lo show cooking di Giulianova

Il mio diario di viaggio termina con un’esperienza unica: un evento gastronomico di alto livello sul Molo Sud di Giulianova. Qui il molo che fa da cornice al porto è lunghissimo e costellato di locali nei trabocchi moderni, detti Caliscendi, proprio per il movimento delle reti da pesca.drone

Ogni giovedì il molo si anima di qualche evento a cui la popolazione locale e i turisti partecipano numerosi. Le ricette proposte erano tre e abbiamo potuto partecipare all’intera serata: il primo dedicato alle vongole, il secondo alla piccola pesca, e infine il Brodetto alla Giuliese con lo chef stellato Davide Pezzuto, e gli altri chef emergenti Antonio Lerro e Gianluca Durillo. Se volete seguire il programma su You Tube, trovate la registrazione cercando Radio azzurra Giulianova, video “Molo Sud” del 16 luglio 2026. Il drone ha ripreso tutto dall’alto trasmettendo su un pannello gigante i colori del tramonto, il porto e le preparazioni in diretta.

sassignocchiSono dei maghi del cibo: Davide ha lavorato gli gnocchi in modo da farli apparire come dei sassolini colorati, bellissimi e buoni! Le vongole, invece, servivano per insaporire, tramutate in salsina assieme alle alghe che donavano la giusta sapidità. Una ricetta che mi è piaciuta moltissimo, che non si può certo riproporre a casa! Del resto il bello degli show cooking è questo: assaggiare cibo genuino ma più elaborato in modo da stupire con effetti speciali.

Oltre a questo piatto originale, ho gradito molto le mazzancolle in bagna cauda, naturalmente non come quella del Piemonte sebbene lo chef abbia “ripulito” e trattato le teste d’aglio per 7 volte, come faceva mia suocera! Il risultato è stato una cremina chiara delicata, su cui ha instillato gocce colorate aromatiche, su cui ha adagiato i gamberi.

Ho perfino assaggiato la pecora cruda con gocce di genziana, ma, al contrario della mia collega blogger Chiara, il gusto amaro non mi va giù!

Cinque stelle, invece, per il Brodetto alla giuliese con rovescio (ho dedotto che il rovescio è la pasta, spaghetti alla chitarra!): decisamente un piatto impegnativo da cucinare per il fatto che ogni pesce ha i suoi tempi, e la tipologia era davvero esauriente. Mi fa sorridere l’elenco necessario per crearla come si deve, se guardate su You Tube il video, potrete imparare le corrispondenze in dialetto. Esiste perfino il Magistero del Brodetto alla Giuliese per differenziarsi da quello vastese o sambenedettese. Ci hanno spiegato come si procede, mostrando il lavoro degli chef a video, omaggiandoci, infine, di una poesia a tema (qualcosa ho capito e già dall’assonanza era divertente ascoltarla).

Un insieme di intenti per promuovere non solo il turismo e la pesca, ma anche per dimostrare quanto i pescatori si prendano cura del prodotto ittico che è una ricchezza da condividere: un veterinario biologo ci ha parlato della vongola, delle sue proprietà e di come venga allevato e gestito in mare aperto. Un pescatore è entrato nel dettaglio del loro lavoro: il consorzio consta di 54 imbarcazioni che escono tutte allo stesso orario ogni giorno (alle h.6) ma stanno poche ore per salvaguardare il mare e non arrivare ad eccessi pericolosi; anzi, nel mercato ittico, la pesa in eccesso viene ributtata in mare affinché si riproduca. Possiamo stare sicuri della qualità perché, come ci aveva già spiegato Claudio Lattanzio, ogni pescata viene tracciata con un “tracker” con un codice univoco e, quando un dato pescatore esce a pesca, invia i dati alla Guardia Costiera tramite il cellulare. Insomma, la tecnologia è arrivata ovunque!

Stanno proprio lavorando in sinergia per creare un marchio regionale del prodotto ittico e, secondo me, tutti questi sforzi verranno premiati.

A parte un riconoscimento utile “sulla carta”, ho potuto provare direttamente quanto l’Abruzzo abbia da offrire, e in due giorni ho scoperto solo la minima parte tra differenze e unicità gastronomiche, territoriali e umane.

Un viaggio che unisce luoghi ed emozioni intense che durerà per sempre nei ricordi. Non posso che ringraziare tutte le persone che hanno reso possibile questo bellissimo progetto.

Arrivederci Abruzzo! Tu aspettami lì, non si sa mai…

 

 

 

 

 

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